di Maria Teresa Trivisano

Ho conosciuto la dott.ssa Viviana De Pace, medico chirurgo specializzato in ginecologia, prima che la pandemia da Covid-19 sconvolgesse gli equilibri di un intero pianeta, prima che monopolizzasse la comunicazione e le nostre ansie. Con lei abbiamo affrontato la piaga di fat shaming, un fenomeno che si scatena sulle donne incinte, criticandole per l’aumento di peso in gravidanza: una pioggia di offese subdole e gratuite che causano stress e depressione post partum, danneggiando gli equilibri delle neo-mamme e il loro rapporto con il neonato. Capita sempre più frequentemente un “Quanti kg hai preso?” di un “come stai?”, dando poca importanza al valore che rappresenta l’esperienza della maternità: un momento unico e speciale che la dott.ssa De Pace ci aiuta a comprendere non solo da una prospettiva di medico, ma anche di madre e di donna. Secondo il Corriere della Sera, si può stimare che siano circa 300mila le donne in gravidanza ai tempi del Coronavirus, tutte alle prese con paure più grandi di quelle che avevano immaginato. In questo scenario apocalittico, riflettere sulla grandiosità della maternità, forse potrà restituire un po’ di pace e lucidità in un mondo impaurito e disorientato.

Come cambia il corpo di una donna durante una gravidanza? E come ci si deve rapportare a questo cambiamento?

«La gravidanza è uno straordinario processo vitale che in nove mesi permette alla donna di dare alla luce un essere vivente. È intuitivo che un processo così complesso avvenga grazie a un adattamento progressivo degli organi e dei principali apparati della donna alla gestazione per fornire a suo figlio ossigeno e i nutrienti di cui potrà avere bisogno. L’adattamento è fonte di delicati equilibri che riguardano il sistema immunitario o il sistema circolatorio fatto dai vasi sanguigni materni e dal nascente sistema placentare. Il risultato di tali equilibri è il benessere della mamma e lo sviluppo del feto. Tutto questo comporta inevitabilmente un fisiologico incremento ponderale, anch’esso in equilibrio con la salute materna e fetale. Quando tale incremento è eccessivo aumenta il rischio di ipertensione, diabete gestazionale, preeclampsia, parto pretermine. Quando l’incremento ponderale è insufficiente si rischia la malnutrizione materna e la restrizione della crescita fetale. Non esiste un incremento ponderale standard per tutte le donne poiché ogni organismo è diverso e anche per la stessa donna un’età e una gravidanza non sono mai uguali a un’altra. Possiamo considerare l’incremento ponderale in gravidanza come un evento naturale che è legato a doppio filo con il benessere della mamma e del bambino, ma oltre a questo c’è tanto altro: il viso della gestante durante la gravidanza diventa luminoso, i capelli lucenti, i lineamenti si ingentiliscono. Da una gestante traspare il miracolo della vita. Noi operatori sanitari lo viviamo quotidianamente e lo percepiamo a pelle, non è qualcosa che si può ridurre a un numero sulla bilancia».

Quanto può essere pericoloso tentare una dieta in gravidanza?

«L’aumento di peso in gravidanza fa parte dei fisiologici meccanismi di adattamento alla gestazione del corpo materno: non avviene per un’iperalimentazione della gestante, ma per un adattamento del metabolismo corporeo e dei processi di stoccaggio dei nutrienti. Nella pratica, come notano velocemente le gestanti,  si tende ad aumentare di peso mangiando le stesse quantità di alimenti di sempre. Quindi durante la gravidanza non è adatto né un abuso alimentare, né tantomeno forme di privazione calorica che devono essere attentamente monitorate per non sfociare nella carenza di nutrienti e vitamine». 

Fat shaming gravidanza Viviana de pace

Quali sono le indicazioni più corrette da seguire per arginare l’aumento del peso in gravidanza?

«Per garantire l’apporto corretto di nutrienti e vitamine al feto, la gestante deve alimentarsi con una dieta variata e sana. Ciò non implica nessuna forma di sacrificio. Si tratta di un piano alimentare molto simile a quello di chi vuole alimentarsi in maniera salutare e rispettosa del proprio organismo anche al di fuori del periodo di gestazione, con alcuni semplici accorgimenti e integrazioni che il ginecologo curante potrà fornire. Questo permetterà di raggiungere un incremento ponderale equilibrato che verrà poi perso per lo più con il parto e il primo anno di vita del bambino considerando comunque che se la donna, come consigliato dall’OMS, allatta, manterrà uno o due chili in più durante il periodo dell’allattamento per un adattamento corporeo a tale fase». 

Perché in alcuni casi è così difficile tornare alla forma fisica originaria?

«Sicuramente concorrono gli impegni quotidiani del postpartum che implicano per la donna l’apprendimento della cura del piccolo, c’è l’allattamento – una forma di amore davvero unica, ma impegnativa – e anche un’eventuale ripresa dell’attività lavorativa. Tuttavia, oltre a una cronica carenza di tempo a disposizione, la puerpera è ancora vittima di sbalzi ormonali per cui l’unico consiglio, da medico e da donna, che si possa dare a una puerpera è che la ripresa dell’identità corporea dovrebbe inquadrarsi in una forma di cura di se stessi, in un’attività che permetta alla neo-mamma di ritagliarsi spazi di benessere personale e sicuramente non di ulteriore dovere nei confronti della società. Ogni donna con i suoi tempi e le sue possibilità. C’è la donna che ama la fase in cui il neonato è completamente dipendente dalle sue cure e c’è la donna che si sente imprigionata dalla sensazione di essere sempre indispensabile. C’è chi ha possibilità di un aiuto esterno o ha un bimbo con un ciclo sonno-veglia migliore, per cui è impossibile che due donne diverse abbiano un eguale gestione del postpartum. Prendersi cura anche di se stesse dev’essere un’opportunità di volersi bene, non una tassa da pagare alla moda vigente». 

Secondo alcuni studi condotti in Massachusetts  il fat shaming comporterebbe un maggiore aumento di peso, stress, cortisolo, fame nervosa e depressione post partum. Quanto può incidere sulla ripresa della mamma e sul bambino?

«Io penso che il fatshaming sia solo la punta dell’iceberg delle discriminazioni che subiamo quando non ci uniformiamo ai modelli imperanti, non solo per quello che riguarda l’aspetto fisico, ma anche per ciò che dobbiamo pensare e desiderare. Una neo-mamma viene investita da preoccupazioni fino al momento del parto sconosciute che riguardano, ad esempio, l’allattamento e lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino. Il compito delle figure sanitarie è di rassicurare la donna riguardo le sue capacità e i suoi istinti di donna, ma siamo tutti abbagliati da falsi valori e falsi desideri con un assedio tale che è davvero difficile rimanere lucidi. Ecco quindi che, nella gravidanza, i riflettori si spostano al corredino del bebè, al biberon e al gadget griffato e ci si sofferma meno sul valore di quell’esperienza, su come il travaglio e il parto trasformino la donna da ragazza a madre che, nella grandiosità di ciò che compie, sviluppa fiducia nel suo istinto di donna.  Oggi noi donne abbiamo sempre meno fiducia in noi stesse e siamo ossessionate dall’opinione degli altri, per cui vanno protette dalla collettività quelle situazioni di particolare fragilità come il puerperio». 

fat shaming e gravidanza Viviana de pace

Un’inchiesta dell’Huffington Post ho scoperchiato un vero e proprio meccanismo perverso da parte di alcune infermiere che terrorizzavano le pazienti  plus size dicendo loro che avevano la vagina troppo grassa per partorire, che il loro bambino sarebbe nato deforme, che avrebbero fatto meglio ad abortire. Il sovrappeso che problemi comporta per il parto? 

«Quello che l’inchiesta descrive non è solo terrorismo, ma abuso di potere e manipolazione. Per fortuna penso che non riguardi la realtà italiana. Ciò non toglie che il rapporto tra i sanitari e l’utenza è migliorabile in termini di tecniche di comunicazione e strategie che aumentino la compliance del paziente. Manca ancora l’insegnamento dall’infanzia dei principi basilari di educazione alla  salute, dove per educazione intendo l’origine latina “ex duco: portare fuori di noi”, cioè, nel caso specifico, fare nostro il principio millenario di imparare a divenire medici di noi stessi. C’è un estremismo che va da chi ancora ha una visione di delega del proprio benessere al sanitario nella falsa convinzione che uno stile di vita inadeguato possa essere compensato da miracolose terapie farmacologiche e chi invece non ha fiducia negli operatori sanitari e fa un po’ di zapping di consigli medici e terapie alla moda. Nell’ospedale dove lavoro gli obbiettivi per il futuro sono l’umanizzazione delle cure da un lato, ma l’aumento della consapevolezza del paziente dall’altro, che a volte fa la differenza fra curare e guarire». 

Facciamo un po’ di chiarezza sul alcuni miti. Il diabete gestazionale è una conseguenza dell’obesità? Il sovrappeso costringe ad optare per il parto cesareo?

«La maggior parte delle malattie sono di natura multifattoriale, sono cioè la combinazione fra predisposizioni che abbiamo ereditato attraverso il patrimonio genetico e il nostro stile di vita o l’ambiente in cui viviamo. Il diabete gestazionale e l’obesità sono collegati, ma nonostante ciò ogni caso va valutato per se stesso. Ad esempio per quello che riguarda il rischio del cesareo dobbiamo considerare che il rischio di complicanze legate all’intervento chirurgico aumenta nelle pazienti obese». 

Ad oggi quali sono le teorie o le credenze più assurde, aberranti e diffuse in ambito ginecologico?

 «Alcune credenze sono ormai in disuso, per fortuna, ma se pensiamo che fino a pochi anni fa si ponevano delle limitazioni alle attività femminili durante il periodo mestruale capiamo subito come in fosse endemica la concezione che la donna fosse un essere fisicamente svantaggiato, meno forte ed efficiente soprattutto nel periodo mestruale. Nelle diverse epoche storiche la donna è stata privata della possibilità di autodeterminarsi. La definizione di femminilità è stata coniata dagli uomini e la libertà femminile era vincolata da paletti legislativi, ma oggi non possiamo reputarci più libere di allora. Volontariamente ci omologhiamo ai modelli imperanti e quindi siamo colpevoli nei confronti delle nostre antenate perché ci autoimponiamo limitazioni alla nostra libertà personale per apparire simili agli stereotipi mediatici». 

In Italia, Vanessa Incontrada è diventata il simbolo di questa lotta al fat shaming, dopo una pioggia di critiche e offese (spesso da parte di altre donne) sull’aumento del peso dopo la sua gravidanza: secondo lei cosa scatena tutto questo disprezzo?

«Non siamo abituate a ragionare sul fatto che, al di là delle differenze di età, di ceto ed economiche siamo tutti essere viventi che vivono facendo del proprio meglio per amare ed essere amate. Cerchiamo di piacere assomigliando a degli standard e tutto ciò che è diverso da ciò che è socialmente accettato, sviscera le nostre paure e i nostri istinti peggiori piuttosto che il nostro senso di fratellanza e protezione. Ma d’altra parte questo avviene in ogni forma di discriminazione. Nè più né meno. Anche se in realtà l’eccezione è ciò che appare sulla copertina patinata solo che i media lo vogliono far passare per normalità, previo ritocco fotografico».

Nella sua carriera le è mai capitato di confrontarsi con situazioni del genere? Piuttosto che stigmatizzare e offendere le donne per un fenomeno che non dipende nemmeno da loro, cosa si potrebbe fare contro il fat shaming?

«Si mi è capitato di assistere vittime di fatshaming così come mi è capitato di seguire ragazze anoressiche o donne vittime di violenza psicologica o fisica. Tutto ciò che è manipolazione psicologica e orienta a volere essere qualcosa di diverso da se stesse può dare solo origine a sofferenza fisica e psicologica. I casi che ho citato meritano le opportune differenze ma derivano tutte dall’idea di dover subire un’imposizione esterna che sia un modello fisico o una forma di violenza mascherata da manipolazione e amore. Se siamo costantemente esposte a input sbagliati come possiamo pensare e agire liberamente? Ma in questo caso non possiamo invocare l’oppressore come nei secoli precedenti. L’oppressore è dentro di noi e le donne iniziano finalmente a  smettere di permettere agli altri di dire loro cosa pensare e come agire».

Da medico e da donna, che consiglio si sente di dare a una futura mamma?

«È ormai noto che tramandiamo in eredità ai propri figli non solo i nostri geni, ma attraverso i meccanismi di epigenetica siamo in grado di trasmettere loro anche le nostre emozioni, i nostri sentimenti e i nostri traumi. Quello che auspico per ogni gravidanza è che sia un momento di presa di coscienza dell’unicità femminile, un momento in cui la donna inizia a volersi bene, perché da questo deriva il rispetto verso noi stessi e il nostro corpo. Ma anche la capacità di seguire il nostro istinto e sapere che nessuno può dirci che madri e donne dobbiamo essere. Il riconoscimento della propria unicità è la cosa più bella che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli e alle nostre figlie».

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