Maria Teresa Trivisano

A cinque anni dal crollo dell’edificio tessile, continua la battaglia per fermare le “fabbriche sfruttatrici” e garantire i diritti umani essenziali a tutti i lavoratori del Fast Fashion

 Il 24 aprile 2013 è una data che rimarrà per sempre una ferita aperta nel mondo della moda. Una traccia di sangue indelebile: quello versato dalle 1.129 persone, morte nella tragedia di Rana Plaza alla periferia di Dacca, capitale del Bangladesh. Una morte annunciata dai numerosi operai tessili che più volte – secondo quanto si è appreso in seguito –  avrebbero segnalato la pericolosità di alcune crepe nella struttura in cui trascorrevano circa quindici ore di lavoro al giorno per guadagnare 60 dollari al mese. Voci soffocate per sempre dalle macerie di un crollo che passerà alla storia come il peggior disastro nell’industria dell’abbigliamento.

DHAKA, BANGLADESH – (ARCHIVE) : A file photo dated April 24, 2013 shows the general view of the Rana Plaza building collapse in Dhaka, Bangladesh. The collapse of an eight-storey garment factory Rana Plaza building, killed more than 1,100 people and injured more than 2,500 on April 24, 2013. (Photo by Zakir Hossain Chowdhury/Anadolu Agency/Getty Images)

L’edificio di otto piani ospitava diversi stabilimenti tessili in cui ogni giorno migliaia di persone lavoravano in condizioni precarie di igiene e sicurezza per produrre collezioni di abbigliamento low cost, appaltate dai grandi marchi occidentali. Il Bangladesh è il secondo esportatore d’abbigliamento al mondo, dopo la Cina. La maggior parte dei dipendenti sono donne, costrette ad abbandonare i propri figli per dedicarsi totalmente al lavoro in fabbrica. Se fino agli anni ’60 il 95% dei vestiti era prodotto in America, oggi il 97% è esternalizzato in paesi in via di sviluppo dove i sindacati sono poco influenti e gli abitanti non hanno grandi alternative per sopravvivere, disposti a sottostare alle logiche infernali delle “fabbriche sfruttatrici”. L’anno dopo il disastro di Rana Plaza è stato uno dei più redditizi per l’abbigliamento. L’industria globale della moda è un settore da quasi tre triliardi di dollari all’anno con un impatto sociale fondamentale.Attraverso i vestiti comunichiamo ciò che siamo e stare al passo con le tendenze è diventato vitale per sentirsi parte integrante di un meccanismo che ruota attorno alla logica del consumismo. È la macchina del Fast Fashion (la moda veloce) che ha reso i vestiti dei capi “usa e getta”, grazie ai loro prezzi bassissimi e all’aumento schizofrenico delle collezioni che si susseguono in un anno.Non ci sono più le quattro collezioni stagionali, ma ogni settimana, brand come H&M, Zara e Primark propongono qualcosa di nuovo sfornando circa 52 stagioni all’anno. Più è dislocata la produzione, più i prezzi diminuiscono: l’unico interesse dei grandi marchi riguarda il prezzo. La possibilità di vendere un jeans a cinque dollari vale di più di una vita umana.

Dal punto di vista socio-culturale, il Fast Fashion ha consentito una democratizzazione della moda, permettendo a chiunque di accedere alle tendenze del momento, ma contemporaneamente ha reso il consumatore meno consapevole dei suoi acquisti. L’impatto ambientale di questo mercato è devastante perché aumenta la quantità di rifiuti tessili, realizzati prevalentemente con fibre sintetiche a basso costo, non biodegradabili. Rifiuti che restano nelle discariche e rilasciano gas dannosi nell’atmosfera.

Dhaka, Bangladesh – March 2010. Garment factory in Dhaka Bangladesh in the Mohakhali area. Dhaka counts more than 4000 factories producing for export only. This factory produced garments for the dutch company Hans Textiel.

Il crollo di Rana Plaza ha sollevato l’indignazione di numerose associazioni impegnate nel commercio equo solidale e ha portato alla sigla del  “Bangladesh Accord on Fire and Building Safety”. Un accordo sottoscritto nel 2013 e con scadenza al primo maggio, per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh, nato dall’azione della Clean Clothes Campaign: la più grande alleanza di sindacati e organizzazioni non governative, impegnate nel miglioramento delle condizioni lavorative nel settore dell’abbigliamento. Dopo cinque anni dalla nascita di quell’accordo, sono stati completati l’85% degli interventi riparatori in tema di sicurezza, identificati durante le ispezioni iniziali.

Oggi, l’obiettivo resta quello di portare avanti la battaglia facendo pressione sui marchi internazionali affinché sottoscrivano l’Accordo di Transizione 2018 per proseguire l’impegno svolto in questi anni e garantire i diritti umani essenziali a tutti i lavoratori. L’estensione del programma è stata già firmata da 140 marchi. Fra quelli che non hanno mai sottoscritto l’accordo, ci sono: The North Face, Timberland, Lee, Gap, Decathlon e Ikea, chiamata ad assumersi la propria responsabilità per la produzione di accessori tessili, anche se non propriamente di abbigliamento. Sono previste mobilitazioni in tutto il mondo e numerose petizioni online.

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