Ci sono tre variabili che determinano la ricerca dell’anima gemella online: curiosità, gioco e disperazione. L’incontro di questi tre meccanismi muove il genere umano a naufragar negli abissi di foto profilo ritoccate, descrizioni stucchevoli come le lettere di C’è posta per te, chat subliminali e indigestioni di caffè.

Il caffè è il rompighiaccio di questi rapporti. Non incontrandosi più vis a vis, in un bar, in un supermercato o da uno scontro svoltando l’angolo della strada come nella maggior parte delle commedie americane, il modo più rapido e indolore per conoscersi è davanti a un caffè.

Nell’esperienza peggiore della mia vita, l’unica cosa che riuscì a pronunciare – durante quello che sarebbe stato il primo e ultimo appuntamento con un tipo conosciuto su Facebook – fu l’ordinazione di un ginseng. Parlò per tutto il tempo lui: del suo lavoro, della sua ex, di sua sorella e di sua madre (secondo me, le uniche donne che avrebbero potuto sopportarlo). Era il 4 luglio di tanti anni fa, sudavo per il caldo e per l’ansia che mi aveva messo addosso. Alla fine, consultando l’agenda, mi chiese se avremmo potuto rivederci a fine mese…la mia risposta fu scontata: col CA**O!

Da quel giorno capì che avrei dovuto prestare massima attenzione prima di accettar il prossimo caffè. Il rischio che mi andasse di traverso era troppo alto. Su Tinder ho capito che il numero di uomini che ha avuto Brooke a Beautiful è niente rispetto a quello che puoi raggiungere con la logica dei match.

Su Instagram ho realizzato che l’andamento sentimentale delle persone è direttamente proporzionale ai selfie: più ne pubblichi, più sei single.

Su Facebook, nel mio cuore si è formato un angolo cieco dove non arriva più compassione, né pietà per tutti quelli che ti mandano un “Ciao” al giorno.

Oltre tutte queste chat, mi è capitato anche di intercettare lo sguardo interessato di un uomo, durante una serata in pizzeria con amici o ai classici matrimoni: occasione ghiotta per i single. Non è andata meglio degli incontri online, ma in barba alla disperazione, ho realizzato che sono state tutte esperienze che mi hanno aiutata a crescere.

Il primo appuntamento in assoluto della mia vita lo ebbi a nove anni con Valentino, un bambino dagli occhi blu che mi rapì il cuore: un amore innocente e blasfemo nato tra i banchi del catechismo. Su un pizzino di carta mi scrisse: “ci vediamo domani alle otto meno un quarto davanti all’edicola”. Le otto erano di mattina, ça va sans dire, prima di entrare a scuola, ma quell’appuntamento non ci fu mai.

Feci ritardo.

Un vero disastro: il mio primo appuntamento saltò per un ritardo e Valentino dopo qualche mese si trasferì in America con la famiglia. Non l’ho più incontrato.

Il ritardo è il protagonista indiscusso di ogni cosa che faccio, una tendenza che non riesco a correggere e che da ragazzina per poco non mi costò la vita a causa di un ragazzo violento e geloso che non sopportava aspettarmi nemmeno per un secondo e che io non riuscivo a mollare per paura. Poi per fortuna è finita.

Sono passati tanti anni da allora e se adesso ho accanto un uomo che ha impostato il fuso orario calcolando mezz’ora in più rispetto ai miei orari è perché col tempo, seppur con persone diverse siamo cresciuti entrambi.

Se c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni di incontri casuali e relazioni sbagliate è che non c’è niente di più bello di un “amore maturo”, non anagraficamente, ma sentimentalmente. Di due persone che si rispettano e si compensano soprattutto nei loro limiti. Che si amano di più nella banalità del quotidiano. Che quando si incontrano, seppur con qualche minuto di ritardo, sono solo felici. E in un secondo, il loro sorriso arriva a fare il solletico alle nuvole.

Ecco vi auguro questo: che le esperienze fallimentari si rivelino salvifiche, che continuiate a crederci, nonostante tutto. Che il vostro amore tocchi il cielo finché duri.

Auguri.

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