In questa giornata sui generis, sia per la situazione apocalittica da covid19, sia per l’immagine di me intenta a preparare per la prima volta nella mia vita una torta, ciò che mi resta nel diario di oggi è la foto del mio compagno che spegne la candela del suo compleanno.

Lui che soffia sulla torta, io che gli faccio gli auguri e scatto una foto per mandarla ai suoi. Per sentirci un po’ tutti più vicini. Non ha festeggiato molti compleanni nella sua vita e proprio adesso che ci stava prendendo gusto deve accontentarsi del meglio che posso fare per lui.

“Accontentarsi”. Parola abusata di questi tempi. Non me la sento di ringraziare il coronavirus per avermi fatto capire che nella vita bisogna “accontentarsi delle cose semplici”. Io l’ho capito da tempo che nella mia famiglia e in quei sorrisi che stringono come abbracci c’era il mio tutto. Avviene quando cresci, quando avverti che ti tocca più una delusione di una promozione a lavoro, quando c’è chi vive di selfie e chi di chemio, chi di tanti followers e chi senza l’amore più grande della sua vita, quando nella scala delle tue priorità gli ordini si invertono.

Cedere a una dimostrazione d’affetto non è accontentarsi, non è debolezza, non è rassegnazione. É grandezza. È dare valore. È avere la capacità di riconoscere l’immenso dove sembra starci stretto.
Riuscite a vederlo il cielo nella vostra stanza? Io l’ho trovato in quella foto.
Sua maestà. Anzi, mia.

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